VACANZE ROMANE PER ADELAIDA NEGRI

 

Ecco l’inizio del primo messaggio di posta elettronica che mi inviò, da Buenos Aires, in data 28 aprile 2009: “Egregio Don Michele Co­­lagiovanni. Scrivo a que­sto Vostro indirizzo elettronico, propiziatomi dalla Suora Cosimina Resta, la quale è venuta a visitare la Casa de la Opera de Buenos Aires per acquistare delle copie di Cecilia". [Suor Cosimina, adoratrice del Sangue di Cristo, superiora di una delle quattro case che l’istituto di Maria De Mattias ha a Buenos Aires,  era andata gentilmente su mio incarico.] Dopo una serie di preziose informazioni, che ho utilizzato per l’intervista virtuale pubblicata in questo stesso sito [vedi sotto “Claudia Muzio e le altre”] concludeva la lunga lettera: “E se per caso mi capitasse di ripassare da Roma, sarò felicissima di incontrarLa”.  Quanto fosse fuori luogo la deferenza da lei usata con me per esprimere il desiderio di “incontrarMi”, si comprenderà tra poco. Ammetto però che anche io, nello “scriverLe” una lettera cartacea, grazie all’indirizzo fornitomi da suor Cosimina, avevo usato un tono alquanto ingessato. Mettendo ora da parte la forma del linguaggio per passare al contenuto della frase conclusiva, confesso che mi sembrò una delle solite formalità, per chiudere una conversazione. e invece sono passati soltanto due mesi e eccola a Roma, da me: a pigiare il pulsante del citofono del portone di Piazza dei Crociferi.

  1. Chi è? – chiede il portiere.
  2. Adelaida Negri! -  risponde.

Io intanto sono già corso alla finestra e sto con la testa sporta dal davanzale come ho fatto questa mattina altre quattro volte. Ma non era lei. Questa volta è proprio Adelaida Negri. La riconosco perché guarda in su, secondo i patti. Le avevo detto: “Appena  premuto il pulsante del citofono, guardi la finestra che è sopra il portone”. Fin ora ho sempre visto persone con l’orecchio incollato al citofono, intente a spiegare al portiere le ragioni per le quali volevano che venisse aperta la porta. Seguita a guardare in su e agita le mani nel gesto di un saluto festoso e entusiasta.

Un ciclone di donna
Scendo immediatamente e mi accorgo di essere investito da una ventata. Adelaida Negri è un ciclone di simpatia e di semplicità. Sembra che ci si riveda dopo una lunga assenza e un’altrettanto lunga frequentazione, e invece è la prima volta. È venuta in Italia, via Barcellona, per incontri inerenti la sua attività; ma soprattutto per vedere i luoghi della vicenda di Cecilia e io mi sono offerto di accompagnarla. Prima però ella vuole andare a pregare sulla tomba di Giovanni Paolo II, perché lo ha promesso al suo parroco e lo desidera anche personalmente. Ha lasciato l’attività della Casa de la Opera nelle mani di suo marito, anche lui di origine italiana.

Il tempo dei convenevoli, di un caffè e andiamo in Vaticano, in una giornata di sole accecante. Adelaida è quasi di casa a Roma. Conosce benissimo la Capitale, come molte altre città italiane, a motivo della sua attività artistica, però è sempre una grande emozione, specialmente per animi sensibili vedere certi luoghi che appartengono allpumanità. Mi dice che Buenos Aires è una città essenzialmente moderna, come una vasta periferia di qualunque metropoli, mentre le città italiane sono degli scrigni pieni di gioielli d’arte e di storia.  Mi accade così un fenomeno che ho sperimentato più volte. Abituato a girare nell’Urbe, dove abito – si può dire – da sempre, osservo le cose, ormai, con una attenzione abitudinaria. Ma quando qualcuno attorno a me si emoziona, o quando io debbo spiegare un monumento a altri, che vedo attenti e sbalorditi, sento risorgere la sorpresa, la commozione della prima volta. Allora mi viene sempre in mente la formula del Credo: lumen de lumine. Chi sa perché! Sono sorpreso dalla potenza e dal carattere improvviso di questa osmosi,  che assomiglia a un gratificante agguato all’animo.

Piazza  San Pietro è invasa da un serpentone di umanità, “d’ogni tribù, lingua, popolo e nazione”. Molti sono turisti, ma anche essi sono convocati dal sangue dei martiri: Pietro, Paolo, Cecilia, Lorenzo… Si va da coloro che diedero il loro sangue per fedeltà all’amore per il prossimo. E essi seguirono la lezione di Cristo che diede il suo sangue per iniziare una umanità nuova. Il serpentone si muove lentamente, ma all’interno di esso si formano serpentelli che guadagnano posizioni. Ci accodiamo di volta in volta alla porzione più intraprendente. Proviamo tanta ammirazione per chi rispetta le regole e non sgomita e ammettiamo che il nostro comportamento non è irreprensibile. Abbiamo le nostre giustificazioni, ma ognuno ne avrebbe. Non siamo degni della lezione dei martiri che andiamo a onorare, ma il responsabile sono io… spinto dall’amore verso il prossimo: vorrei che la signora Adelaida possa utilizzare nel modo migliore  il tempo disponibile.


Sulle tracce di Cecilia

Sciolto il voto sulla tomba di Papa Woitjla, si va a visitare la tomba di Cecilia e la commovente statua di  Stefano Maderno. Per un equivoco diciamo al conducente del Taxi di portarci alla basilica di Santa Maria in Trastevere. La signora Adelaida è felicissima di visitare la chiesa, che non conosce, pur avendone sempre sentito parlare. Non vi troviamo, però, l’immagine della fanciulla romana decapitata per la sua fede. Solo allora ricordiamo che si trova nella basilica a lei dedicata. Santa Cecilia. Quanto dista? Un quarto d’ora a piedi, ci dicono. “Dipende dal passo” – aggiunge un trasteverino con la saggezza dei secoli, guardando i tacchi a spillo della Signora.

Camminare in Trastevere è quasi sempre un piacere; non sotto un sole che dardeggia inesorabile e brucia le ombre risicate attorno ai palazzi. Poiché siamo in Piazza Santa Maria in Trastevere vorrei far conoscere a Adelaide la signora Maria Grazia Spinedi, che abita da queste parti. Conobbe da bambina il maestro Refice e ha rilasciato – su mia richiesta – una sognante memoria di lui, ma non è in casa. Peccato. Si va a Santa Cecilia a piedi e la saggia risposta del trasteverino diventa il leit motiv vocale della camminata, accompagnata dal ticchettio dei tacchi della Negri sul selciato. L’incubo – dato l’orario – è di trovare la basilica chiusa. “Dipende dal passo” – scherza Adelaida e aggiunge: “A saperlo, avrei indossato scarpe più comode”. Tra l’altro gli interstizi vuoti tra i selci sconnessi, in qualche tratto, sono una insidia costante.

Tutto bene, invece. La basilica è aperta. La statua bianca di Cecilia è là, immobile, con la sua eterna suggestione e delicatezza di fronte alla violenza bruta dei carnefici che l’hanno uccisa e perfino allo sguardo indiscreto del devoto visitatore. Vorrebbe essere nelle viscere della terra, la fanciulla, a cantare il suo amore all’Amore; sola con il suo ardimentoso sacrificio; piuttosto che fatta oggetto di interesse. Adelaida accarezza la statua come se volesse svegliarla; come chi riconosce nel simulacro ciò che ha provato sulla scena e si è identifica con le parole e la musica che appartengono ormai a una realtà autonoma, come una vetta che solo alcuni possono raggiungere. Un cerchio si chiude? No: un canto torna a risuonare nell’animo e una storia si ripropone con urgenza in tempi di “escort”, “ragazze immagine” , “cubiste”, “sexistar”, “pornostar”,  “veline” e altre larve di ragazze giulive, pronte a servire l’uomo che paga e a ridicolizzarlo, senza poter assurgere a un livello più alto di lui.

Omaggio a Claudia Muzio
Nel pomeriggio dopo il pranzo ai Crociferi, di nuovo sulle tracce di Cecilia, alle Catacombe di Pretestato. Ora disponiamo della mia automobile. Prima però di recarci alle catacombe, si impone una visita alla tomba di Claudia Muzio, al cimitero del Verano. L’esecuzione di Buenos Aires è stata realizzata anche in memoria di lei, che ha lasciato una traccia profonda nella storia dell’interpretazione lirica. Il monumento alla Muzio a cura  dei suoi ammiratori, fu realizzato dallo scultore Pietro Canonica. Avrebbe bisogno di un restauro perché in alcuni punti del volto della “divina” il marmo sta cedendo e poi occorrerebbe una pulitura generale, essendo diventato un gran blocco nero.

È emozionante guardare, idealmente insieme, la prima interprete di Cecilia e la più recente, giunta qui da Buenos Aires; emozionante leggere la scritta incisa nel marmo: “La sua voce divina le genti d’ogni remoto paese ammaliò messaggera di grazia forza luce d’arte. Gli amici memori”. A proposito di questo monumento, Refice volle complimentarsi  con il Canonica. In data 26 marzo 1939 gli scrisse: “Ho provato una profonda emozione, ieri, nella prima visione della vostra opera in memoria di Claudia Muzio! La vastità più divina che umana dello spirito di quella adorabile creatura - in tutto il suo intimo travaglio, in tutto il suo costante eroismo che per tutto vinse e trionfò - è espresso nel vostro marmo sapientemente e idealissimamente. Vi esprimo la mia fervida ammirazione con cuore commosso e grato. Vostro Licinio Refice”.  [Debbo questa informazione all’amico Giorgio Ramponi].

Nell’attraversare il Quadriportico mostro a Adelaida la tomba donata da Pio IX a Maria De Mattias.  Chiede una foto anche davanti a essa. Le dico di portarla a suor Cosimina, per ricordarle  i dieci DVD che ho prenotato e che ancor oggi, mentre scrivo, non ho ricevuto.

Puntiamo su San Sebastiano, nei cui pressi sono le Catacombe di Pretestato. Il cordialissimo frate francescano che incontriamo nella chiesa di San Sebastiano, ci garantisce che purtroppo esse non sono accessibili per motivi di sicurezza. Altrettanto “purtroppo” io sono costretto a registrare che egli non conosce Refice e che ignora il Trittico Francescano, riproposto di recente, con successo, a Casamari dai Monaci dell’Abbazia, nel concerto di fine anno del 2008 e edito in DVD. Certo, i Francescani sono molti, grazie a Dio e non si può pretendere che tutti conoscano tutto ciò che si fa sul loro fondatore. Però mi ricordo che quando si trattò di realizzare l’Epistolario di Refice, poi edito dalla Pro Loco di Patrica negli atti del Convegno del 2005, percepii una predominante ignoranza nei molti Conventi, anche i più bazzicati da Refice. Non fu possibile rintracciare neppure un bigliettino, una cartolina di Refice a qualche membro dell’Ordine, perché non se ne conoscevano, o gli archivi non erano ordinati, o, o, o… Insomma, tante possibili ragioni giustificative. Eppure Refice si considerò un affiliato alla spiritualità francescana; era penitente di un santo seguace di Francesco; da iscritto al Terz’Ordine amava definirsi Frate Leone; compose la messa in onore di Sant’Ignazio a Laconi, per coro e orchestra, che diresse personalmente a Cagliari e che di recente è stata riproposta quando il santo è stato dichiarato patrono della diocesi di Oristano…  

Sono tutte novità che io rivelo a un francescano… Sarà che oggi, anche in Chiesa, si preferiscono le canzonette a sfondo liturgico alle partiture impegnative sui testi liturgici... Una deriva pericolosa, per il rischio che a furia di proporre parole e note facili e epidermiche, anche nelle scelte della vita si pretenderà la stessa indole superficiale e modaiola. Ci sono anche cose difficili. Quelle importanti lo sono quasi sempre. Che tutto il popolo canti è un valore intrinseco; ma un valore intrinseco lo ha anche un testo liturgico, che tramanda la fede di sempre con le parole di sempre; e lo ha anche un canto che si sforzi di competere con la solennità del testo, richiedendo adeguati esecutori e ascoltatori partecipi.

Non sembri una divagazione, o un attacco alla partecipazione del popolo alla liturgia, o una reprimenda contro i Francescani immemori. Non sarebbe giusto. Sono i discorsi che facciamo andando da un luogo all’altro e mentre, nel traffico, riaccompagno il soprano all’albergo, nel quartiere Prati. Non è scontato che cantare significhi pregare! Perfino a teatro c’è lo spettatore passivo che si commuove e l’attore sulla scena che sta semplicemente recitando mentre pensa a altro. Non bisogna idolatrare le formule, ma mirare alla sostanza.

Circostanze contraddittorie
Nel programma della Negri c’è anche il desiderio di visitare la tomba di Refice e il Museo Archivio “Una Stanza per Refice”, nella Casa di Santa Maria De Mattias a Vallecorsa.  Mi confida di aver consultato il sito a lungo, durante le prove dell’opera. Visitare i due luoghi significa un viaggio in Ciociaria, una terra che ella non conosce. Un tale viaggio, per risultare di sicuro svolgimento, dovrà avvenire per forza domani. Il tempo romano della Negri diventa stretto, perché dovrà partire per il nord.

Domani non godrà di circostanze favorevoli, poiché si svolgerà in coincidenza con elezioni amministrative molto sentite. Ne ho la prova quando telefono a due giornali frusinati per annunciare il probabile evento e sento risposte evasive: Se sarà possibile… Non potrei io stesso scrivere un testo, che pubblicherebbero nei giorni seguenti? Abbiamo troppi impegni e il personale dislocato nei centri di raccolta dati… Non posso dare torto. Il responso della consultazione amministrativa potrebbe avere ripercussioni politiche generali, anche per alcune vicende che si sussurrano, di natura molto piccante e di risonanza mondiale. Si sta con l’animo sospeso, quasi come se si trattasse di una partita di calcio, anche se la gente, con saggezza “trasteverina,” commenta: “In certi ambienti, nei quali bazzica gente onorevole per legge, il più pulito ha la rogna”. Ma ecco il proverbio noto anche all’illustre mia ospite: “Meglio l’uovo oggi che la gallina domani!”. In altre parole, meglio la certezza di una visita dimezzata sotto l’aspetto della visibilità, che un progetto più ambizioso tra una settimana, che forse non potrà realizzarsi.

C’è da risolvere un’altra congiuntura, di natura più modesta. Domani io sono impegnato per la Prima Comunione della mia nipotina Sara Tullio e perciò questa sera stessa, o domani di buon mattino, dovrò essere in paese, a Vallecorsa. Chi accompagnerà la Negri in Ciociaria? Ella sarebbe felice di esserci e tanto basta. Non è un problema per il ciclone Adelaida. Induce un amico e la sua consorte a accompagnarla. Si tratta del maestro di origine spagnola Jorge Egea e di sua moglie Stefania Giannotti. Vivono a Tivoli e accettano. Le visite al Museo Archivio e al paese di Refice sono assicurate.

Vallecorsa e Patrica
E tutto avviene secondo programma. All’ora stabilita la Negri e i suoi accompagnatori sono a Vallecorsa, paese celebre in tutta la Ciociaria per i pranzi luculliani in occasione delle ricorrenze. Quando l’ospite di turno pensa che tutto sia finito si sente dire: Siamo appena all’inizio!

Unico neo della stupenda giornata, per gli ospiti buongustai, a questo punto non è la mancata accoglienza della stampa, ma il non poter condurre a termine… l’Opera in programma, che per loro si interrompe forzatamente al terzo dei quindici [pi]atti previsti. In compenso il tutto è stato preceduto da una Ouverture per grande orchestra, che di solito ha la funzione di accordare gli strumenti e invece è risultata una sorta di Nona beethoveniana, con tanto di finale intitolato Inno ai sapori. La Forza del destino porta a una visita alla Stanza per Refice e al doveroso passaggio per Patrica.

La visita alla Casa di Santa Maria De Mattias è guidata dalla superiora della comunità locale suor Adelfe Cristofano. Nella Stanza per Redice l’attenzione della signora Adelaida è attratta da due bambole: una presenza inattesa in un museo dedicato a un musicista sacerdote. Dopo aver appreso la storia (le bambole sono un dono di Refice alle figliolette del suo “consulente Eraldo Simoni) chiede se incontrerà le donatrici a Patrica. Garantisco di sì.  Prova emozione, Adelaida, nel maneggiare la bacchetta direttoriale che Claudia Muzio donò al Refice. Nota con piacere la propria foto con dedica già incorniciata e appesa alla parete. L’ha inviata per posta dall’aprile scorso, per il Museo.

Ci portiamo a Patrica con due automobili, perché al termine della visita gli ospiti partiranno per Roma mentre io rientrerò a Vallecorsa. La signora Negri viene in macchina con me, benché sia molto meno confortevole di quella del maestro Egea. Vuole sapere tutto della Ciociaria. Il viaggio è molto breve, forse meno di mezz’ora. Mi dice che non le dispiacerebbe portare Cecilia in un teatro di questa provincia. Le dico che non vi sono teatri, purtroppo e perfino Refice vide fallire il suo desiderio di rappresentare l’opera a Frosinone. A Fiuggi vi è un teatro, molto grazioso, ma ignoro quanti posti resterebbero a disposizione per il pubblico, una volta che si fosse insediata la grande orchestra prevista dall’autore.

Patrica, come appare dopo la svolta del curvone di Calciano, lascia senza fiato. È davvero il “nido di rondinella” evocato dal poeta vernacolo Erminio Bufalini. Il sole, grazie all’ora legale, accende ancora i tetti e scandisce la loro armoniosa frammentazione. Sono a attenderci all’ingresso del paese il presidente della Pro Loco, Aldo Conti e Tarquinio Tolassi, attuale proprietario della casa che fu di Refice. Le sorelle Marisa e Claudia Simoni sono già andate alla tomba del Maestro per ornarla di fiori. Là ci rechiamo subito. Dopo le presentazioni (ovviamente addito agli ospiti  Marisa e Claudia come le Signore delle Bambole, oltre che principali contributrici del Museo-Archivio nella Casa di Santa Maria De Mattias).  Il soprano, ancora una volta, rivela straordinaria vitalità e comunicativa, facendo sentire tutti a proprio agio, come se si trattasse di una rimpatriata di amici.

Davanti alla tomba del Maestro, con un gesto spontaneo e gentile, pur se teatrale, sembra voglia abbracciare il tumulo. Lo scenario, tutt’attorno, è incantevole. Un trionfo di verde incornicia la Valle di Smeraldo, tanto cara al musicista e proprio da lui così denominata. “L’azzurro del cielo entra in me” – canta Cecilia nel finale e esclama Adelaida respirando a pieni polmoni, con le braccia aperte.
L’appuntamento, ora, è dalla contessa Annamaria Spezza. Ogni personaggio di riguardo che arriva a Patrica, per la cortesia della Padrona di Casa, viene ricevuto nel Palazzo, dove si entra sempre con rinnovata sorpresa. Non si riesce a credere che in un paese che è meraviglioso come insieme e diffonde una armonia condivisa come in un brano di Pierluigi da Palestrina, possa poi coesistere un “solista” così.  La Contessa mostra i saloni e le rarità che contengono. Davanti ai vestiti di Maria Antonietta d’Austria, la sfortunata e frivola moglie di Luigi XVI, soprannominata l’Autrichienne,  Adelaida non può trattenersi dall’esclamare: “Sarebbe bello cantare un’opera con questi costumi autentitici”. Chiede una foto accanto a uno di essi. Poi mi domanda come mai i preziosi abiti si trovino qui.

Io rispondo che sarebbe una storia lunga e complessa, non del tutto chiara nei dettagli. Ne parlo con cognizione di causa, avendo scritto un saggio su uno degli attori ignoti della vicenda. Ruota attorno al casato francese dei Rohan. A Roma l’abate patricano Giandomenico Finateri entrò al servizio del cardinale Luigi de Rohan e lo seguì a Parigi portando con sé anche il nipotino Basilio, figlio di Nicola Magni di Anagni e di Eleonora Spezza di Patrica.

Il cardinale Luigi de Rohan, ambasciatore a Vienna, dava pessime informazioni alla corte di Parigi su Maria Teresa, imperatrice d’Austria. Le notizie, considerate diffamatorie, indispettirono la figlia, regina di Francia, Maria Antonietta, l’Autrichienne appunto. Il cardinale, per motivi reconditi, entrò pesantemente nel cosiddetto “affare della corona”, una storia intrigatissima e non estranea allo scoppio della Rivoluzione. Quando l’abate Finateri intuì che le cose si mettevano male per il suo padrone, proprio per la questione della collana, e minacciavano di gettare nel caos la Francia, caricò tutto quanto poté su vari carri e fuggì verso il Piemonte, riparando a Patrica, dove il suo pupillo Basilio avviò un casato alternativo a quello dei Magni di Anagni e anche a quello patricano di sua madre.

Non si sa perché alcuni abiti della regina di Francia fossero in possesso del Finateri. Forse se li era procurati il cardinale per servirsene come prova in una trama progettata contro l’odiata regina. Al termine di un appassionante processo Louis de Rohan fu assolto, ma degradato e posto agli arresti domiciliari in una abbazia. Scampò comunque alla Rivoluzione e morì in Germania nel 1803.

Dal Palazzo Spezza, e dalla Rivoluzione Francese, passiamo alla casa di Aldo Conti, che fa gli onori dell’ospitalità, in assenza della sua signora, Alberta Mansueti, impegnata al seggio, per le elezioni di cui si è detto. Aldo può contendere a me il primato della scoperta su Internet della esecuzione di Cecilia al Teatro Avenida di Buenos Aires. Si dovrebbe approfondire il problema. Sta il fatto che quando gli telefonai per dargli trionfante la notizia mi gelò con un perentorio: “Lo so!”. Dal balcone di casa sua si ha una vista panoramica di Patrica molto attraente, specialmente quando comincia a addensarsi l’oscurità e si accendono le luci da presepe tra le case. La conversazione si prolunga e Aldo sforna un gadget dopo l’altro per gli ospiti.

Ormai la serata volge al termine e si prepara il momento della partenza, con un arrivederci. È una formalità, ma ormai io so che con Adelaida Negri le parole non sono mai semplici formalità

I Colli Albani

Partiti gli ospiti per Roma passo a salutare le sorelle Simoni, che erano rientrate a casa dopo la visita al cimitero. Si meravigliano che io sia solo. Aspettavano la Negri e i suoi amici per la cena. Spiego che si è fatto tardi e dopo aver accompagnato all’albergo romano il soprano, i suoi amici devono tornare alla loro casa di Tivoli. Ci rimangono male, ma in compenso riceveranno una mail di scuse dalla signora Adelaida, che l’indomani parte per il nord Italia per suoi appuntamenti professionali.

Ci siamo lasciati con un programma in sospeso. Tutto dipenderà dai tempi del suo rientro a Roma, perché intende anche compiere una visita doverosa al maestro Giuseppe Marchetti, che è infermo. Per un giorno dovrà anche essere ospite del figlio del maestro, Valerio, basso dalla voce possente. La parte in sospeso è la visita a altri luoghi sacri di Roma con una opzione per qualcuna delle catacombe. Dal che deduco una sua partecipazione veramente forte al “clima” di Cecilia.

Una settimana dopo, il 13 giugno, rientrata a Roma, Adelaida è di nuovo in Piazza dei Crociferi, per proseguire il suo pellegrinaggio. Si comincia con la cattedrale del mondo, San Giovanni in Laterano, poi la Scala Santa e, infine, il dilemma: visitare una catacomba, oppure – dopo il pranzo in Via Narni – andare verso i Castelli Romani per un po’ di fresco? A dire il vero, con una giornata tanto luminosa, calarsi in  una catacomba ripugna alquanto. “Odio il tetro mormorio di questa folla..” – confida Valeriano a Cecilia. L’opzione vincente porta dunque ai Colli Albani: Castel Gandolfo, Nemi, Albano e… Margherita da Cortona.

Che c’entra Margherita da Cortona? C’entra, perché a Albano, grazie alle apparecchiature di don Evaldo Biasini, compaesano e estimatore insigne di Refice, ci scappa un ascolto della Margherita da Cortona nell’edizione RAI, con Antonietta Cannarile Berdini protagonista. Per motivi di tempo, seguiamo solo il prologo. L’intera opera è strutturata in un prologo e tre atti.

La signora Adelaida apprezza molto la drammaticità della storia e della musica, l’interpretazione della Berdini. Pur senza promettere, annuncia un pensierino per i programmi all’Avenida di Buenos Aires.
Il richiamo di Roma è forte. La suggestione della Via Appia ripropone la sua magia. 

La percorriamo per un buon tratto, assecondando il basolato bimillenario. Poi una visita alla tomba di Cecilia Metella mi offre la fortuita scoperta (per me) di una lapide che ricorda certi studi di padre Angelo Secchi, sommo astronomo. Non molti giorni fa ho partecipato a un convegno sulla sua figura e sulla sua opera, perché sto scrivendo un opuscolo sul suo umile e fedele collaboratore fratel Francesco Marchetta, nativo di Patrica e personaggio importante sia per il suo paese che per la spiritualità romana del suo tempo.
Rientrando a Roma, un nuovo passaggio davanti alle Catacombe di Protestato, permettono di constatare che non solo sono davvero chiuse, ma il cancello di ingresso è venuto a trovarsi in una posizione così pericolosa, che solo a rallentare l’automobilista rischia un tamponamento catastrofico.

Pretestato esce dai programmi, anche perché i giorni che Adelaida può concedere  alle antichità romane sono al termine. Il congedo con lei non avviene sulla porta dell’albergo, dove l’accompagno, ma la mattina della partenza, perché ha la cortesia –  davvero squisita di passare a salutarmi.

DON MICHELE COLAGIOVANNI